Cultura e Attualità
«La più quieta provincia»: perché il Liberty a Pavia è arrivato in punta di piedi
di Dario Viola ·
Il Liberty a Pavia fu una stagione breve e discreta: cementi floreali, ferri battuti, poche facciate preziose. Dove trovarle, e perché sono così rare.
A Milano e a Torino, nei primi anni del Novecento, il Liberty riempiva interi isolati. A Pavia, a mezz'ora di treno, arrivò in punta di piedi: qualche facciata, un balcone, una vetrina, un portone. Chi cammina in centro con lo sguardo all'altezza delle vetrine se lo perde quasi tutto. Chi alza gli occhi scopre una piccola collezione di case che raccontano un decennio in cui la città provò a cambiare abito.
Per capire questa storia c'è un saggio prezioso: «La più quieta provincia». Architettura e decorazione Liberty a Pavia, 1903-1914, di Gianpaolo Angelini, uscito nel 2017 sul Bollettino della Società Pavese di Storia Patria. Il titolo riprende un'espressione di Rossana Bossaglia, la studiosa che per prima ha raccontato il Liberty italiano, e che nel 2007 invitava a riscoprire le «flebili tracce del Liberty sulle rive del Ticino» (p. 354). Con questo articolo apriamo una piccola serie dedicata proprio a quelle tracce.
Una città che usciva dalle mura
Il Liberty è lo stile dell'Italia di Giolitti: borghesia imprenditoriale, nuove tecniche, città che abbattono le antiche cinte. Pavia vive la stessa trasformazione. Nel 1898 apre la circonvallazione esterna, fra il 1898 e il 1918 cadono le mura spagnole, e il piano regolatore del 1903 apre, fuori porta Cavour (l'attuale piazzale della Minerva), il grande viale alberato verso la stazione. Angelini lo descrive come una stagione «breve ma folgorante» (p. 354) per l'Italia intera.

Porta Cavour, oggi piazzale della Minerva, in una fotografia d'epoca di Guglielmo Chiolini: da qui la città del Novecento cominciò a uscire dalle mura.
Perché da noi è arrivato in punta di piedi
Il saggio mette in fila le ragioni, e sono ragioni molto pavesi. Milano era vicina e faceva da calamita. I committenti erano pochi e prudenti, con un gusto «saldamente ancorato alla ripresa e combinazione un po' routinière degli stili passati» (p. 367). La commissione edilizia comunale guardava con sospetto le novità, al punto da respingere un progetto «per riguardo all'estetica» (p. 372). E nessun edificio pubblico adottò il nuovo stile, come invece fece Vigevano con il suo ospedale.
Il risultato è un Liberty applicato più che costruito: decorazioni in cemento a stampo, ferri battuti, cornici di vetrine posate su palazzi di impianto tradizionale. A Pavia manca un quartiere Liberty, ma ci sono singole facciate di grande qualità, e proprio per questo vale la pena conoscerle una per una.
Le case da guardare
La più ricca è forse la casa Bazzoni, poi Milani, in piazza San Pietro in Ciel d'Oro (1911): teste femminili, protomi leonine, fasce che attraversano le finestre e balconi in ferro battuto con serti di foglie. In origine aveva anche una fascia dipinta a ninfee, opera del pittore Ezechiele Acerbi, oggi quasi del tutto svanita.

Casa Bazzoni, poi Milani, in piazza San Pietro in Ciel d'Oro (1911): il rosso dei decori e i balconi in ferro battuto ne fanno la facciata Liberty più vivace della città.
Il «capolavoro», per Angelini, è la facciata di casa Beretta in corso Mazzini, disegnata nel 1909 dall'ingegner Antonio Rossi sopra un palazzo di fine Cinquecento: una decorazione «estrosa al limite della bizzarria» (p. 384), tutta in cemento a stampo, con un portale doppio sotto un largo balcone. Poco lontano, in via Beccaria, una traversa di piazza della Vittoria, l'ingegner Giuseppe Pasini firmò nel 1908 «uno dei prospetti di casa più esplicitamente Liberty di Pavia» (p. 374).

Casa Beretta in corso Mazzini: la facciata del 1909 di Antonio Rossi e il portale doppio, inventato per nascondere un ingresso fuori asse.
E poi Palazzo Devoti, all'angolo fra viale XI Febbraio e viale Matteotti, davanti al Castello: un grande condominio del 1911-12 sul modello dei boulevard parigini, che chiude la stagione. Il Liberty pavese si congeda con un disegno, il frontespizio della guida artistica di Giulio Natali del 1911, che Angelini legge come «una chiusa definitiva per un'epoca» (p. 397).

Via Beccaria, la casa di Giuseppe Pasini del 1908: cementi a stampo e ferri battuti in una via stretta, da guardare dal basso.
Cosa vuol dire per chi abita in centro oggi
Queste facciate sono una ricchezza discreta del centro storico, e chi ci abita lo sente ogni giorno: un portone ben disegnato, un balcone lavorato, una scala d'epoca danno a una casa un carattere che un edificio recente fatica a eguagliare. Chi cerca casa a Pavia spesso si innamora proprio di questi dettagli.
Sono anche dettagli che chiedono cura. Cementi decorativi, intonaci e ferri battuti hanno più di cento anni, e la loro manutenzione si decide quasi sempre in assemblea di condominio. Nelle prossime puntate della serie entreremo nelle singole case, dal palazzo davanti al Castello alle vetrine perdute di Strada Nuova, fino ai consigli pratici per riconoscere una casa Liberty e valutarla bene prima di comprarla.
Intanto, la prossima volta che passi in piazza San Pietro in Ciel d'Oro o in corso Mazzini, alza gli occhi. E se abiti in una di queste case, o in un palazzo del primo Novecento di cui vorresti conoscere la storia, scrivici a info@abito.pro: ci piace raccoglierle.
Fonte: Gianpaolo Angelini, «La più quieta provincia». Architettura e decorazione Liberty a Pavia, 1903-1914, in «Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», CXVII (2017), pp. 351-398. Le brevi citazioni tra virgolette riportano la pagina del saggio.
Articolo a cura di Dario Viola
"Dopo anni di formazione e una laurea in Giurisprudenza mi sono appassionato alla comunicazione e al marketing immobiliare, affascinato dalle emozioni che le trattative suscitano e costantemente motivato a cercare nuove strategie innovative e digitali."
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Foto da Wikimedia Commons. Nel testo: Chiolini, Guglielmo (Public domain); FabioRomanoni (CC BY-SA 4.0); Rb0382 (CC BY-SA 4.0); FabioRomanoni (CC BY-SA 4.0). Copertina: Cinzia.Wang (CC0).
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